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mercoledì 1 dicembre 2021

CECCO D'ASCOLI: L'ANTAGONISTA DI DANTE




Cecco d'Ascoli



In questo 2021, che volge ormai al termine, si sono celebrati ovunque, con una moltitudine di cerimonie commemorative, i 700 anni dalla morte di Dante, avvenuta nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321. In coda alle doverose celebrazioni per il Sommo Poeta, mi piace qui, a mo’ di sana provocazione, ricordare un altro esponente del panorama culturale medievale, che, poco considerato dai critici d’gni tempo, ebbe nondimeno l’ardire di criticare la Comedìa Divina del suo più illustre coevo: Cecco d’Ascoli, uomo di alto ingegno umanistico, medico, astrologo e astronomo, poiché nel XIV° sec. non vi era differenza tra le due discipline. 

Cenni biografici. 

Cecco d’ascoli nacque ad Ancarano, nella diocesi di Ascoli, nel 1269 (la data del 1257, da alcune fonti citata, trova tra gli studiosi consensi minoritari), figlio di Emindia e di Maestro Simone degli Stabili, affermato avvocato ascolano. Ad Ascoli Cecco trascorse gli anni della sua giovinezza. A diciott’anni entrò nel monastero di Santa Croce ad Templum, a quel tempo un influente centro ispiratore della dottrina occulta templare. 

Nel 1320 ottenne la cattedra di Medicina presso l’Università di Bologna. Nello stesso ateneo gli fu assegnata anche la cattedra di Astrologia, dalla quale commentava alle matricole il “De Sphaera Mundi” di Johannes de Sacrobosco, illustre matematico, astronomo e astrologo inglese. In quello stesso periodo, Papa Giovanni XXII lo volle ad Avignone come suo medico personale. Tale nomina attirò nei suoi confronti forti invidie e accese gelosie di medici ed ecclesiastici che, tra l’altro, lo accusarono anche di avere simpatie ghibelline. Questo clima fumoso costrinse Cecco ad allontanarsi amaramente da Avignone. Tornato alla sua vecchia cattedra bolognese, nel 1324 arrivò una prima condanna per eresia, da parte dell’Inquisitore domenicano Lamberto da Cingoli, per i contenuti relativi al suo Tractatus in Sphaeram. La pena consistette in una grossa multa, nella perdita dell’insegnamento, nel sequestro di tutti i suoi libri e nell’obbligo quotidiano di recitare preghiere penitenziali. Ma tale fu la pressione degli studenti e dei colleghi che l’ammiravano, che nel 1325 Cecco fu posto nuovamente alla cattedra bolognese addirittura con una promozione di livello. Questo non lo ripagò. E addolorato ancora per l’ingiusta sentenza e temendo, soprattutto, che il suo libero pensare, specie sulla vita religiosa di quel tempo, lo facesse cadere ancora nelle strette maglie dell’Inquisizione, decise di cambiare aria a città. Si portò, quindi, a Firenze, alla corte del duca di Calabria Carlo II d’Angiò, in quel frangente signore della città. Dal 12 marzo al 31 maggio del 1327, Cecco fu nel libro paga del duca per le sue funzioni di “phisicus et familiaris”. Il soggiorno fiorentino fu per lui occasione di conoscenza e amicizia con Dante e altri illustri poeti dell’epoca. Col tempo, non tardarono nuove gelosie, in particolar modo le ostilità dei medici fiorentini, capeggiati “in primis” da Dino del Garbo che odiava a morte Cecco. La loro rivalità risale al periodo bolognese, quando Cecco accusò il Del Garbo di plagio nelle sue lezioni, facendolo così destituire dall’insegnamento. 

Nel 1326, al duca Carlo II d’Angiò nacque una figlia e commissionò a Cecco un oroscopo su quelle che sarebbero state le caratteristiche della bambina negli anni a venire ma, ancora una volta, l’ascolano non seppe colmare la sua innata lacuna in materia di diplomazia, così come dettavano le regole del buon vivere. Il suo responso astrologico sulla piccola futura regina Giovanna I fu che, seppur crescendo bella e intelligente e a un trono destinata, una sfrenata lussuria l’avrebbe condotta al precipizio. Ciò indispettì molto il duca al quale non piacque la sua “riposta”, pur risultando, in seguito, veritiera la profezia. 

La sua schiettezza di pensiero e le controversie di corte condussero Cecco nuovamente nella rete del Santo Uffizio. Questa volta l’Inquisitore fu un frate di nome Accursio Bonfantini, arcivescovo di Cosenza che, quale primo lettore pubblico di Dante, già nutriva astio nei confronti di Cecco, non avendo apprezzate le critiche a Dante da parte dell’ascolano. Nel luglio del 1327, un incaricato venne inviato a Bologna per ritirare una copia della sentenza di condanna del 1324 e con essa integrare e il capo d’accusa della redigenda nuova sentenza. “…Noi frate Accusio fiorentino dell’ordine de’ frati minori conventuali per autorità apostolica Inquisitore dell’Eresia nella provincia di Toscana facciamo palese a tutti li buoni christiani come esercitando l’offizio commessoci dello Inquisitore: precedente la fama publica o per dir meglio infamia sparsa da molte persone degne di fede ci venne all’orrecchio, che Maestro Cecco figliuolo di Maestro Simone Stabili da Ascoli andava spargendo per la città di Firenze molte eresie con danno e pericolo non picciolo dell’anima sua e degli altri; e, quello che è cosa più brutta, dava a leggere per le scuole publiche un certo suo eretico e brutto libretto fatto da lui sopra la sfera celeste…” La sentenza, che fece riferimento anche a un altro libretto in lingua volgare intitolato Acerba, così concludeva: “deliberiamo et comandiamo per sententia doversi abbruciare et all’Heretico desiderando tagliare le vene della fronte pestifera”. Cecco non abiurò e non potendo più contare sull’appoggio di Carlo II d’Angiò, che non voleva inimicarsi il Papa, venne condannato al rogo come eretico. La sentenza venne resa pubblica il 15 settembre del 1327 nel coro di Santa Croce e il giorno seguente Cecco d’Ascoli venne arso davanti alla basilica di Santa Croce, insieme a tutte le sue opere, gridando tra le fiamme: “L’ho detto, l’ho insegnato, lo credo!”. Fortunatamente degli estimatori salvarono alcune copie dei suoi manoscritti come il trattato De quodam modo phisinomiae e il commento De principiis astrologiae. Ma soprattutto salvarono la sua opera più grandiosa: L’Acerba. Sulla fortuna di Cecco negli autori successivi, molto resta ancora da indagare. Tuttavia, l’esempio più celebre di quanto la sua opera abbia destato ammirazione nei poeti del suo tempo è quello del Petrarca che fa un uso ampio di stilemi de L’Acerba nei Rerum vulgarium fragmenta

L’Acerba e l’antagonismo con Dante.

Che cos’è L’Acerba di Cecco d’Ascoli, un libro che sino alla metà del ‘500 conobbe più edizioni a stampa della Divina Commedia di Dante? Innanzitutto essa è un’opera di poesia scritta in lingua volgare, divisa in 5 libri per un totale di 4867 versi in sestine. Ma è anche un trattato scientifico e tale era ritenuto nel tardo Medioevo. Del resto, Cecco d’Ascoli fu medico di Papa Giovanni XXII, astrologo alla corte di Carlo II d’Angiò, professore all’Università di Bologna, alchimista. Alla luce di ciò, formulargli un’accusa di eresia non fu difficile. Basti ricordare che Cecco, con i suoi scritti, poteva indurre a pensare che l’agire di Cristo in terra fosse dovuto all’influenza degli astri e non al fatto che fosse il Figlio di Dio. Sul titolo, possiamo dire che con il termine Acerba, riduzione del titolo completo di Acerba etas, “acerba vita”, l’autore intendesse riferirsi alle questioni inerenti la vita mondana, acerba rispetto a quella matura, raggiungibile solo dopo la morte. Il libro fu pubblicato per la prima volta a Brescia nel 1473 per i tipi di Tommaso Ferrando. Ebbe più di cento edizioni fino al 1581, anno della Controriforma e inzio dell’oblìo dell’opera che non venne più ristampata fino al 1820. 

Nell’Acerba è racchiuso un insegnamento rispettoso della verità della scienza del tempo che l’autore, semplificandola, attinge non soltanto dalle idee filosofiche e scientifiche di Aristotele o Tommaso d’Aquino, ma anche attraverso la studio e la conoscenza del pensiero dei pensatori arabi dell’epoca. Una grande esposizione che abbraccia l’ordine dei cieli, della terra, delle eclissi, dei fenomeni atmosferici, dell’anima, delle virtù, della fortuna. Egli si scaglia contro la poesia fatta di favole e il suo bersaglio preferito è la Commedia di Dante, che è vista da Cecco come la negazione della “scienza vera”. Dante viene accusato di nascondere la vertià tra i veli dell’allegoria, nelle favole appunto. Per questo, Gianfranco Contini, considerò L’Acerba una vera e propria “anti-Commedia”. Se ne ha un fulgido esempio in questi versi tratti dal libro IV, cap. XII dell’opera: 

 “Qui non se canta al modo de le rane; 
 Qui non se canta al modo del poeta, 
 Che finge, imaginando, cose vane. 
 Ma qui resplende e luce onne natura, 
 Che a chi intende fa la mente lieta. 
 Qui non se gira per la selva obscura; 

 Qui non veggio Paulo né Francesca; 
 De li Manfredi non veggio Alberigo, 
 Che diè l’amari fructi ne la dolce esca; 
 Del Mastin vecchio e novo da Verucchio, 
 Che fece de Montagna, qui non dico, 
 Né de’ Franceschi lo sanguigno mucchio. 

Non veggio el Conte che, per ira et asto, 
Ten forte l’arcevescovo Rugero, 
Prendendo del so ceffo el fero pasto. 
Non veggio qui squadrar a Dio le fiche, 
Lasso le ciance e torno su nel vero, 
Le fabule me furon sempre nimiche. 

El nostro fine è de vedere Osanna. 
Per nostra sancta fede a Lui se sale, 
E senza fede l’opera se danna. 
Al sancto regno de l’eterna pace 
Convence de salire per le tre scale, 
Ove l’umana salute non tace, 
A ciò ch’io veggia con l’alme divine, 
El sommo Bene de l’eterna fine.“ 

Il poema rimase incompiuto. La parte preponderante risulta scritta a Firenze alla corte del Duca di Calabria. Gli ultimi capitoli, invece, furono scritti in carcere dal 17 luglio al 15 settembre (il 16 venne “giustiziato”). Dell’ultimo libro rimangono poco più di cento versi… le fiamme interruppero l’opera così come la sua vita. 

Fra le opere di Cecco d’Ascoli, oltre al più famoso L’Acerba, sono da ricordare il “De principiis astrologiae”; il “De eccentricis et epicyclis”, probabilmente il testo di una lezione di astromomia tenuta a Bologna nel 1324; i “Commentarii in sphaeram Joannis de Sacrobosco”. Quest’ultimo, come già accennato, per alcuni concetti in esso contenuti, relativi ai demoni e a certi incantesimi, fu addotto in giudizio come prova a suo carico al processo che subì a Firenze.


Antica stampa de L'Acerba


venerdì 1 ottobre 2021

"Canale Mussolini", ovvero l'altra faccia del fascismo. Alla memoria di Antonio Pennacchi




http://www.orizzonticulturali.it/it_recensioni_Giovanni-Abbate.html


Un mio articolo, apparso su "Orizzonti culturali italo-romeni", recante una mia "lettura" su Canale Mussolini (premio Strega 2010), nel ricordo di Antonio Pennacchi, scomparso il 3 agosto 2021.

venerdì 27 marzo 2020

Ungaretti e la casa dei Thuile

L’inizio dell’amicizia con i fratelli Jean-Léon e Henri Thuile è fatta risalire da Ungaretti al 1907 o 1908, ma molto probabilmente va posticipata al 1911, 1912. I fratelli Thuile erano letterati e ingegneri. Jean-Léon era romanziere e Ungaretti ricorda di lui Les trio des damnés e L’eudémoniste; Henri, invece, era poeta, autore di La lampe de terre, versi dedicati alla moglie scomparsa, sempre apprezzati da Ungaretti. Erano figli dell’ingegnere capo per i porti e i fari d’Alessandria, morto per cause accidentali all’Esposizione Universale di Parigi prima dell’amicizia dei tre giovani. Nel suo incarico venne sostituito da Monsieur Gaston Jondet, che proprio così scoprì il porto sepolto, di età faraonica, capace di ospitare una flotta intera, secondo quanto Ungaretti scrisse nel Quaderno egiziano. Il porto di Faros era un’idea colossale di ingegneria, con frangiflutti rettilinei di una lunghezza di due chilometri. Di qui sbocciò il titolo della raccolta delle poesie nate in guerra, Il Porto Sepolto, simbolo di “ciò che di segreto rimane in noi indecifrabile”.
I Thuile evevano ereditato dal padre una fornita biblioteca romantica e l’avevano arricchita di opere contemporanee. Ungaretti si recava a casa loro ogni settimana; abitavano fuori Alessandria, al Mex, in una costruzione di legno in riva al mare e all’orlo del deserto che porta in Libia: “Casa a tentoni / da una parte troppo mare / troppo deserto dall’altra”, così la ricorda Ungaretti. Jean-Léon ricordava che le discussioni letterarie fra di loro vertevano su Claudel, Verlaine, Rimbaud, Péguy, Apollinaire. In Quaderno egiziano c’è il ricordo ungarettiano più significativo dei due fratelli; fra l’altro vi si legge: “Al Mex mi legano anche gli ultimi anni che ho trascorso in Egitto, prima di staccarmene nel 1912”. La casa dei Thuile “pareva la casa degli spiriti. Una casa ibseniana in Affrica… Possedevano le pubblicazioni più notevoli e più rare di tutto l’Ottocento e le recenti, rilegate con lusso quasi maniaco, allineate in una stanza immensa. La scoperta di questa Mecca del libro fu per me una gioia che solo può immaginare chi, cresciuto per forza di circostanze lontano dal centro intellettuale ch’egli ritiene proprio, si sia abituato a vederlo come un miraggio… Quell’ebrezza che dava la lettura, sui tappeti silenziosi, accompagnata dai colpi d’ala del vento sulle onde, la riproverò mai?”.


Tratto da: "Album Ungaretti" - Ed. Mondadori

giovedì 26 marzo 2020

Tudor Arghezi

Tudor Arghezi (pseudonimo di Ion Teodorescu) nacque a Bucarest nel 1880, da una famiglia di estrazione operaia. Fu poeta, romanziere, giornalista ed è unanimemente considerato il maggior poeta romeno del '900. Sperimentò la prigione nella prima guerra mondiale, il lager nazista nel corso della seconda e l'ostracismo culturale negli anni del cosiddetto "realismo socialista". Autore raffinato, dalle tematiche fortemente sociali, coltivò una poesia complessa ma nel contempo d'immediata fruibilità, in grado di essere letta e apprezzata da tutti. Esordì in letteratura relativamente tardi nel 1927 con la raccolta di liriche Accordi di parole, cui seguirono altri volumi di poesie: Fiori di muffa (1931), Foglie (1961), Nuove poesie (1963), Notte (1967), Rami (1970, postumo). I temi centrali della sua poesia, oltre quelli a carattere sociali come già accennato, sono l'appassionato e contraddittorio rapporto con il divino, l'uomo come creatore ed essere sociale, le cose e i sentimenti domestici.
Arghezi scrisse anche in prosa. In particolare ricordiamo i racconti ne La porta nera (1930), e i romanzi Icone su legno (1930), Il cimitero dell'Annunciazione (1936), I pianeti della fortuna (1946), Mondo vecchio, mondo nuovo (1958), Con il bastone per Bucarest (1961).

Tudor Arghezi morì a Bucarest nel 1967.


La poetica.

La poetica di Tudor Arghezi può essere considerata come una pietra miliare nell'evoluzione della poesia romena; essa ha rappresentato una vasta gamma di tematiche, introducendo nuovi universi estetici e concedendo uno status lirico a parole considerate "impoetiche". Il tema centrale nella poesia argheziana è la lucida inquietudine della coscienza, sempre tesa alla ricerca di risposte circa le umane domande sul senso della vita, della morte, così come sulla conoscenza, il rapprto tra l'uomo e Dio, ecc.
Nei versi dei "Psalmii", il poeta oscilla tra due atteggiamenti opposti, non sapendo quale strada scegliere.
Il dubbio lo pone continuamente in lotta tra la fede e la sua negazione, tra la certezza e l'incertezza, la ribellione e la rassegnazione, la forza e la fragilità. La sofferenza del poeta è causata dall'assenza del divino, dalla consapevolezza nell'uomo della sua solitudine nell'universo, dall'essere preda dell'impotenza e dell'imperfezione.
Arghezi sa di non poter invocare la divinità, pur sapendo che non riceverà, comunque, alcuna risposta. Da qui nasce il dramma del poeta, causandogli un senso di futilità e di delusione. Tudor Arghezi rimane essenzialmente un poeta del dubbio. Il suo equilibrarsi tra la tenace preghiera e la negazione, non lo definisce di certo come uno "spirito non religioso", ma neppure lo rende un "poeta della fede". Arghezi non crede, ma è ostinatamente alla ricerca del sacro, rifiutando di accettare la prospettiva del nulla. Anche se l'amore per la divinità è palese, spesso non agisce con lo spirito del poeta cristiano e obbediente.
Un altro aspetto della poesia di Arghezi riguarda il destino dell'artista. Egli si domanda se l'artista deve impegnarsi per la creazione o, invece, vivere una vita normale come qualsiasi mortale. Nella concezione di Arghezi l'uomo e Dio hanno in comune la capacità di creare. Il poeta, con la sua arte, si stacca, in tal modo, dagli altri suoi simili, avvicinandosi alla condizione di (quasi) divinità.
Molte poesie sono incentrate sul tema della morte:  "Niciodata toamna", "Duhovniceasca", "De-a v-ati ascuns", "Intoarcere-n tarana", e "Ceasul de apoi". Se nei "Psalmii" traspare l'oscillazione dell'atteggiamento verso il divino, che va, appunto, dall'adulazione alla contestazione, per quanto riguarda la morte, il suo pensiero nel non accettarla è unitario. In questo senso egli si distingue da quegli scrittori romeni che vedono nella morte una predestinazione naturale alla pace suprema. Così la morte non significa per Arghezi riconciliazione romantica con il nulla, ma una sorta di attacco continuo alla veglia della coscienza. Egli vede la vita come un gioco il cui scopo ultimo rimane sconosciuto.
Arghezi ha uno spirito inquieto, problematico, che tende a guardare tutto con lucidità: vita, morte, divinità. Cercando di raggiungere il trascendente, dà alla sua poesia una tensione unica incentrata sull'espressione del culto e del lamento senza fine.
Concludendo, l'opera argheziana ha un valore altissimo per la letteratura romena e per questo è stata tradotta in molte lingue da diverse personalità della letteratura mondiale (Salvatore Quasimodo, Rafael Alberti, Ianis Ritsos, ecc.). La sua produzione poetica può essere valutata e confrontata in termini di valore con quella di famosi poeti quali: R. M. Rilke, Garcia Lorca, Paul Claudel, Paul Eluard, ecc.



Due poesie di Tudor Arghezi nella traduzione di Salvatore Quasimodo.

TESTAMENTO

Alla mia morte ti lascerò i miei versi:
non altro che un nome, chiuso in un libro.
Nelle tenebre in rivolta,
che dai miei avi arrivano fino a te,
i miei padri strisciarono come animali
lungo dirupi e precipizi,
che ora aspettano te, mio giovane figlio:
il mio libro è un gradino per risalirli.

Mettilo a capo del letto
con devota pietà: è la carta più antica
della liberazione
di voi servi dai rozzi mantelli
pieni delle ossa riversate in me.

Ora possiamo mutare per la prima volta
la zappa con la penna e il solco in calamaio
perché i nostri avi, tra i buoi dorati,
raccolsero il sudore
del lavoro di centinaia d'anni.
Dalle loro voci che incitavano gli armenti
ho creato misure, accordi di parole
e culle per i padroni futuri: e per migliaia di settimane,
lavorandole come il pane, le ho trasformate
in sogni e icone. Dagli stracci
sbocciarono gemme e ghirlande.
Ho mutato in miele il veleno ricevuto,
lasciando intero il suo dolce potere.
Filando lievemente l'offesa
ne ho fatto persuasione e bestemmia.
Ho preso dal focolare la cenere dei morti
per alzare un dio di pietra,
alto confine con due mondi di pendii
che vegli in cima al tuo dovere.

Il nostro dolore sordo e amaro
l'ho raccolto su un solo violino:
il padrone ballò alle sue note
come un capro che viene sgozzato.
Dalle piaghe dalle muffe dal fango
ho fatto nascere bellezza e nuovi valori.
I colpi di frusta si mutano
in parole lente, castigatrici
che perdonano ai figli
il delitto che fu di tutti.
Questa è la giustizia resa al ramo
oscuro uscito dalla foresta al sole,
ramo da cui spunta come grappolo di nèi
il frutto della pena di tutta l'eternità.

Pigramente sdraiata sul divano
la giovane principessa
soffre dentro il mio libro.
La parola di fuoco e quella formata ad arte
si uniscono nella pagina come
la tenaglia abbraccia il ferro rovente.
Il servo l'ha scritta, il signore la legge
e non vede che nel suo profondo
c'è tutta la collera dei miei antenati.



FIORI DI MUFFA

Scritti con l'unghia sull'intonaco,
dentro una nicchia vuota,
al buio, in solitudine,
con le mie forze,
senza aiuto
del toro del leone o dell'aquila
che lavorarono
con Luca, Marco e Giovanni.
Sono versi senza data
versi tombali
di sete d'acqua
e fame di cenere,
versi di oggi.
Quando si è spezzata l'unghia d'angelo
ho aspettato che crescesse,
ma non è più spuntata
o non l'ho riconosciuta.
Era buio. Fuori, lontano, scrosciava la pioggia.
La mano come artiglio dolorava
e non poteva muoversi.
Ho dovuto scrivere con le unghie della sinistra.

domenica 22 marzo 2020

Giorgio Caproni: Sulla poesia







Quando fanciullo io venni / a pormi con le Muse in disciplina, tentando i miei primi balbettii poetici nel modesto “scagno” di mio padre, in quella genovesissima Piazza della Commedia immersa nei trambusti mercantili del Porto, davvero non avrei mai osato immaginare o sognare di dover un giorno, in una città di così austere e luminose tradizioni culturali e civili qual è Urbino, e in un’Università tra le più celebrate d’Italia e del mondo, ricevere un alloro il cui inestimabile valore, confesso, non solo – comme de juste – mi fa gonfiar le penne, ma doviziosamente viene a ricompensare, e nel modo meno sperato, i patimenti sofferti nella mia già troppo lunga esistenza, tutta spesa – in epoca storica dissestatissima – in difesa di un ideale (mi si conceda questo termine oggi desueto) che credo, nei limiti delle mie forze, di non aver mai tradito.

Debbo così aggiungere, all’emozione, la commozione più viva, resa tanto maggiore se penso che a reggere questa Università (Regina Universitarium) sta proprio Carlo Bo, il Maestro dell’intera generazione cui appartegno (e cui egli stesso appartiene), il quale non si è mai stancato, in anni tristissimi e durissimi per tutti, di additarci una via di salvezza nella letteratura intesa come vita: nella vita intesa come scoperta o costruzione della propria anima. (Altra parola – anima – oggi, ahimé, caduta in disuso).

Detto questo, che altro aggiungere per esprimere, sia pur con timore e tremore, il mio stato d’animo in questo solenne momento del mio essere?

Purtroppo, non sono tagliato per i discorsi ufficiali. La veste ufficiale – credo visibilmente – è troppo ampia per la mia magra persona.

Forse, dato che non riconosco in me altro “merito” (e dico merito tra virgolette) oltre quello della ricerca della poesia, dovrei dir qualcosa sul mio modo di comporre versi: dovrei insomma parlare, almeno un poco, della mia poesia. Vi rinuncio, perché questo equivarrebbe a parlare del concetto che io ho di poesia: cioè a parlare della poesia stessa.

Non possiedo un laboratorio mentale abbastanza attrezzato allo scopo, o comunque adeguato alle illustri Personalità qui Presenti.

Forse, non sono che un modesto artigiano.

Non credo che l’antico vasaio si preoccupasse troppo di discettare con teoretica esattezza intorno alla natura e all’essenza di un vaso. Si preoccupava, piuttosto, di modellar vasi che fossero, quanto più possible, “vasi” nel senso della bellezza oltre che in quello dell’utilità: in senso estetico e funzionale, si direbbe oggi.

Definire che cos’è la poesia non è mai stato nelle mie aspirazioni, pur se più d’una volta m’è capitato di dover precisare in che consista, secondo me, la profonda differenza tra linguaggio di normale comunicazione e linguaggio poetico.

Mi rifaccio al proposito a un mio vecchio scritto del l’immediato dopoguerra, dove – quando in Italia non era ancora di pubblico dominio né la semiotica né la linguistica – io, del tutto a lume di naso o quasi, inventavo, per mio privato uso e consumo… l’ombrello.

Linguaggio pratico e linguaggio poetico (cerco di riassumere quelle mie remote affirmazioni) usano, è vero, lo stesso codice di convenuti segnali (e proprio di codici e di segnali, io ignaro, già parlavo allora). Ma mentre nel linguaggio pratico il segnale acustico o grafico della parola resta stretto alla lettera e alla pura e semplice informazione, nel linguaggio poetico la parola stessa conserva, sì, il proprio senso letterale, ma anche si carica di una serie pressoché infinita di significati “armonici” (e dico armonici usando il termine com’è usato nella fisica e nella musica) che ne forma sua peculiare forza espressiva.

Farò un esempio molto grossolano.

Mi trovo in una caserma, dove ancora i segnali vengono trasmessi da una cornetta. La cornetta squilla il segnale del rancio, e il marmittone che conosce il codice prende la gavetta (allora – quando scrivevo queste cose – si usava ancora la gavetta) e si allinea nel cortile per ricevere la “sbobba”. Ma supponiamo che un estroso ufficiale di pichetto, invece dalla solita cornetta, faccia suonare quello stesso segnale da un virtuoso di flauto.

Il soldato, sì, capisce che quello è il segnale del rancio, ma anche sente qualcosa d’altro (il valore musicale di quel segnale: il significante, si direbbe oggi), e certamente resterà interdetto (incantato ad ascoltarlo), anziché precipitarsi alla chiamata.

Ricorrerò a un altro esempio, meno pedestre o dozzinale, pur se sempre approssimativo.

Prendiamo gli stupendi versi: Felice te che il regno ampio dei venti, / Ippolito, ai tuoi verdi anni correvi.

Sul piano della normale communicazione, ben poco dicono: “Felice te che da giovane navigavi tanto”. Ma sul piano della poesia, quale profondo e ineguagliabile Musica, e quale forza espressiva!

Arrivo addirittura a dire, a questo proposito, che la lingua condiziona in certo senso il poeta.

Se Racine fosse stato italiano, o meglio se avesse scritto in italiano, chissà che avrebbe detto in luogo di La fille de Minos et de Pasiphaé, verso giustamente celeberrimo per la ricchezza espressiva della sua musica, quanto del tutto comunissimo come semplice informazione. (Un dato anagrafico, nulla di più).

Eppoi, nel linguaggio poetico, la funzione della rima, quando se ne vuol far uso. Una funzione non certo esornativa, tanto per carezzare l’orecchio, ma una funzione portante, pari a quella delle consonanze e dissonanze in polifonia, o, in architettura, a quella delle colonne che reggono l’arco. Idea che chiama idea, magari per generare una terza idea taciuta.

Si leggano soltanto le rime dell’incipit della Comedia: la vita (la via) smarrita; la selva (la paura) dura, oscura. Si ha già la chiave del primo Canto dell’Inferno.

È per questa peculiarità del linguaggio poetico che anch’io sto dalla parte che ritiene intraducibile la poesia, e di chi crede pressoché impossibile la sua riduzione in termini logici.

Basta spostare un vocabolo – un accento – e l’incanto è rotto. Viene a mancare, appunto, l’energia espressiva della Musica. Della Musica, dico, non della musicalità. E quindi resta polverizzata la poesia: il valore espressivo che la parole assume, con la musica, oltre il senso letterale, caricandosi o arricchendosi di quella pluralità di significati (di risonanze mentali) da me fa poco fa chiamati gli “armonici”.

Mi si consenta una parentesi. Non voglio certamente affermare, con questo, che il poeta non debba avere un suo pensiero e una sua “visione del mondo”, e che gli basti la musica per far poesia. Voglio semplicemente ribadire ch’è soprattutto in virtù della musica della parola ch’egli riesce a suscitare nel lettore – più che a comunicare per via diretta – le proprie emozioni e riflessioni: le proprie idee.

Ragione di più – se non proprio ragione prima – perché un testo poetico concepito in una determinata lingua, e perciò appartenente a una determinata cultura, non possa esser fotocopiato in altra lingua: ossia nell’ambito di una diversa cultura o tradizione.

Al massimo, se il traduttore è un poeta, può nascere (come un figlio che tenga dell’uno e dell’altro genitore) un testo che pur rassomigliando alla personalità del tradotto e a quella del traduttore, non è precisamente né l’uno né l’altro.

Il problema si fa ancore più arduo, quando si tenta il trasporto da una civiltà d’oggi o della nostra regione culturale. È un problema – sia detto di sfuggita – che trovo toccato con estrema acutezza e precisione in una nota apposta da Bruno Gentili (‘La traduzione dei lirici. Osservazioni sul problema del tradurre’) al suo recente Poesia e pubblico nella Grecia antica, libro all’unanimità riconosciuto di fondamentale importanza, profondo quanto originalissimo nella sua autonoma e davvero nuova impostazione.

Come mai, mi domando allora, nonostante tali mie convinzioni, ho tradotto tanto? È una domanda che in anticipo rifiuta, non occorre dirlo, ogni risposta di tipo utilitario, filantropia culturale compresa. Ma in sostituzione, quale risposta giusta esige? Da parte mia non so darla, e di questo davvero arrossisco, giacché non vi è nulla più anacronistico, in quest’era in cui tutto s’è tramutato in scienza o raziocinio, d’uno che par rimasto, come me, all’epoca della caverna, o che ancora ragiona come avrebbe ragionato un artigiano dell’età comunale. Evidentamente m’è restata una mentalità arcaica, borghigiana. Dirò soltanto che in me la spinta a tradurre, identica all’urgenza del mio scrivere in proprio, forse è nata dalla certezza che ogni poeta vero, più che inventare, scopre: desta e pone in luce in noi – per dirla con René Char – dei bouts d’existence. Talché anche nell’atto della traduzione (né sembri un paradosso) chi scopre non è il traduttore, ma il poeta che vien tradotto, il quale investendo il traduttore del suo potere, suscita in lui, e in lui rende diurno, ciò che già era in lui, ma dormiente: notturno; e questo in quanto ogni poeta è un uomo e il suo mondo è quello dell’uomo; e tutto il piacere del traduttore (se piacere può dirsi) , tutta l’impellente attrazione che lo induce a tradurre, concsiste nel sentire e godere, grazie a quel certo testo, un allargamento nel campo della propria esperienza e coscienza: del proprio essere o esistere, più che del conoscere.

Passando ad altro, sempre in tema di poesia, ma non più soltanto di linguaggio poetico.

Mia ambizione, o vocazione, è sempre stata quella di riuscire, attraverso la pratica del verso, a trovare, cercando la mia, la verità di tutti. O, per esser più modesti e precisi, una verità (una delle tante verità ipotizzabili) che possa valere non soltanto per me ma anche per tutti gli altri mèzigues (o <<me stessi>>) che formano il prossimo (l’Altro, diciamo pure), del quale io non sono che una delle tante cellule viventi.

Il poeta è un minatore. È poeta colui che riesce a calarsi più a fondo in quelle che il grande Machado definiva las secretas galerìas del alma, e lì attingere quei nodi di luce che, sotto gli stratti superficiali diversissimi da individuo a individuo, sono comuni a tutti anche se non tutti ne hanno conoscenza.

L’esercizio della poesia rimane puro narcisismo finché il poeta si ferma ai singoli fatti esterni della propria esistenza o biografia. Ma ogni narcisismo cessa non appena il poeta, partendo dai laterizi delle proprie personali esperienze, a costruendo con tali laterizi le proprie metafore, riesce a chiudersi e a inabissarsi talmente in se stesso da scoprirvi, ripeto, e portare a giorno, quei nodi di luce che sono non soltanto dell’io, ma di tutta intera la tribù. Quei nodi di luce che tutti i membri della tribù possiedono, ma che non tutti i membri della tribù sanno di possedere, o riescono a individuare.

Mi par che sia stato Proust a dirlo: quando uno legge un poeta, in fondo non fa che legger se stesso. Quel poeta ha raggiunto nel profondo di se stesso una verità che vale per tutti, e che già, come la Bella addormentata nel bosco, sonnecchiava in tutti, in attesa del Principe capace di svegliarla.

E si arriva così al paradosso che quanto più il poeta si immerge nel pozzo del proprio io, tanto più egli allontana da sé ogni facile accusa di solipsismo: appunto perché in quella profondissima zona del suo io, è il noi: un io che, dalla singolarità, passa immediatamente alla pluralità. La funzione sociale – civile – della poesia, sta, o dovrebbe stare, appunto in questo.

Un’ultima considerazione vorrei aggiungere, prima di chiudere. Poesia significa in primo luogo libertà. Libertà e disobbedienza di fronte a ogni forma di sopraffazione o di annullamento della persona: di fronte a ogni forma di irreggimentazione o, peggio, di massificazione. La socieà in cui viviamo minaccia con sempre maggior pesantezza i più elementari diritti del singolo: minaccia la distruzione totale del privato (della persona), per ridurre gli individui a una somma di “consumatori”, ai quali – nell’imperante mercificazione anche di quelle che una volta venivano chiamate le aspirazioni spirituali – si vorrebbero imporre bisogni artificialmente creati per alimentare una macchina economica che trae a sé tutto il profitto, a pieno scapito d’ogni scelta interiore.

Il poeta è il più deciso oppositore, per sua propria natura, di tale sistema. È il più strenuo difensore della singolarità, rifiutando d’istinto ogni parola d’ordine. E per questo il sistema lo avversa, sia ignorandolo o fingendo d’ignorarlo, sia cercando di minimizzarne la figura con l’arma della sufficienza e dell’ironia.

Ho fisse in mente queste parole di Kierkegaard: “Si è abolito il Cristianesimo, perché dappertutto si è ricacciata indietro la personalità. Pare che si tema che l’Io debba essere una specie di tirannia e che per questo ogni Io debba essere livellato e nascosto…”.

A distanza di ben oltre un secolo, sono parole di una terrificante attualità, cui è impossibile non aggiungere con un brivido – quasi contemporanee – le altre del Leopardi, profetizzanti un’”età delle macchine”, così detta “non solo perché gli uomini d’oggidì procedono e vivono forse più meccanicamente di tutti i passati, ma eziandio” perché “ormai non gli uomini ma le macchine, si può dire, trattono le cose umane e fanno le opere della vita”, fino a “venire a comprendere oltre che le cose materiali, anche le spirituali”. Ma ecco che a vincere in me la desolante tentazione di una totale chamade, ecco che in questa nostra civiltà o cultura così asimmetrica e friabile (e ahimé così crudele nella sua bêtise di fondo), giunge a mio sommo conforto l’odierna austera cerimonia, in cui mi compiaccio di vedere, oltre che il più ambito anche se immeritatissimo coronamento della mia lunga – e mi si permetta di dire mai alterate – fedeltà alla poesia stessa, che in sé assomma tutti i più alti valori del Spirito.

Anche per questo – e soprattutto per questo – mi si conceda di rinnovare la mia gratitudine immensa verso l’Universià e la città di Urbino, chiedendo venia per la pochezza delle mie parole, certissimamente incapaci di esprimere intero, insieme col più profondo turbamento, l’intimo giubilo e orgoglio.

Giorgio Caproni


(Univrsità di Urbino , 1 dicembre 1984: trascrizione dell’intervento tenuto delll’autore in occasione dell’assegnazione della Laurea Honoris Causa).

venerdì 13 marzo 2020

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